L’Esorcismo di Hannah Grace, recensione e trailer

 “Quando si muore, si muore. Fine della storia!”

Questo è il mantra, il filo conduttore di tutto il film che appartiene al genere Horror nella sua accezione più classica. Gli elementi di paura ci sono tutti: un esorcismo che è antefatto a tutta la trama, un’ex poliziotta protagonista di questo canovaccio con un passato personale travagliato e una locazione di sicuro impatto, la camera mortuaria nella quale i cadaveri sono stipati per essere analizzati, vivisezionati e visionati per stabilirne le cause di morte.

L’antefatto è abbastanza semplice, riprodotto dal regista mediante le tecniche di proiezione più idonee a delineare nell’immaginario dello spettatore una sensazione iniziale di ansia: due sacerdoti cercando di esorcizzare una ragazzina, chiamata Hannah, ma qualcosa non va per il verso giusto. L’imprevisto che spacca la routine e accende la paura, l’ignoto sentore di qualcosa d’indeterminato e indecifrabile, prodromo a tutto ciò che seguirà nel prosieguo del cammino.

Il padre che, spinto dalla stessa forza imponderabile che pervade la figlia, decide di porre fine alla sua vita, coincide con l’inizio della fine, scatenando un susseguirsi di accadimenti ed eventi che condurranno lo spettatore nell’oblio del terrore, attraverso il punto di vista di Megan Reed, l’ex poliziotta di turno al Morgue del Boston Metro Hospital che prende in carico il caso, nonostante i continui avvisi esterni e le superstizioni legate all’esorcismo non compiuto.

La locazione fisica coniugata all’arco temporale notturno nel quale si svolge il film dai chiari tratti dark resi da una sapiente regia, caratterizza la descrizione di un ambiente che si presta molto a questo genere di pellicole; alla stregua dei cimiteri, la morgue contiene numerosi cadaveri stipati, catalogati ed etichettati, nella quale il silenzio accompagna le ore di lavoro di medici e poliziotti, in una logica claustrofobica e d’isolamento continuo, sia fisico, sia psicologico.  La cupezza dell’ambiente è ancor più accentuata da elementi tecnologici moderni come la chiusura automatica delle luci e l’accensione di queste grazie ai sensori di movimento, contribuendo a creare ancor di più un’atmosfera macabra e inquietante, tesa a rendere dinamico un ambiente considerato silenzioso e morto, come i cadaveri stessi.

Il silenzio è il rumore di sottofondo del film con picchi sonori ed effetti finalizzati a rendere l’atmosfera di terrore in modo sapiente e ottimizzato, rendendo la visione del film un vero e proprio “sali e scendi” di emozioni in maniera progressiva verso il finale.

Il film è un ibrido del genere poiché la caratterizzazione horror è solo propedeutica alla visione interiore della protagonista che ripercorre i propri percorsi psicologici sulla falsa riga del filone di Saw l’enigmista o il più datato Identità, un capolavoro sottovalutato che consigliamo vivamente.  Megan, infatti, indagherà il proprio trauma subito in servizio attraverso un escalation di eventi sempre più opprimenti; obiettivo del regista, non certo celato, è quello di creare empatia tra lo spettatore e la protagonista, volutamente femminile, facendo vivere con vicinanza il sentiment indotto dalla narrativa.

Il tema focale della possessione demoniaca, come abbiamo detto, è reso prologo della narrazione, contribuendo però a creare una suggestione in chi guarda il film; come ben sappiamo l’atavica paura di essere posseduti ovvero defraudati del proprio self control, della consapevolezza di se stessi, è un sicuro argomento inquietante e un punto d’ancoraggio per lo sceneggiatore che dipana così la storia, attraverso i meandri dell’ultraterreno in parallelo con l’inconscio, ancor più sconosciuto e altrettanto terrorizzante.

La psicoanalisi diviene così attività incontrollabile e ineluttabile, poiché la minaccia proviene dall’irreale, distruggendo le basi fondanti di tutto il credo schematico della protagonista; possiamo ben affermare che si tratti di un’indagine (molto ironica la scelta della poliziotta anche in questo senso) su se stessi.  Il demonio, però, al contrario di altri credi ben più lontani dal nostro vivere routinario, rappresenta qualcosa di tangibile, legato alla mente stessa dell’essere umano capace di atti ignobili e vili molto vicini al diabolico rappresentato dagli esseri con le corna infuocate.

Regia di Diederik Van Rooijen, il film annovera tra i protagonisti Shay Mitchell, Grey Damon, Kirby Johnson, Nick Thune, Stana Katic, Louis Herthum ed il suo titolo originale è “The Possession of Hannah Grace”. Uscito nelle nostre sale il 31 gennaio distribuito dalla Warner Bros Italia è vietato ai minori di 14 anni.

In generale non ha riscontrato un grande successo agli amanti del genere, ma per il box office i numeri non sono male: 1,3 milioni di euro e 695.000 solo nel primo weekend di proiezione. Parliamoci chiaro, gli integralisti del genere non vedranno molti motivi d’interesse, ma è sempre difficile riuscire a creare qualcosa d’innovativo in un filone oramai già caratterizzato da film appunto capolavori come Psycho, L’Esorcista e altri sottoprodotti. L’approccio psicanalitico del film con molti elementi a favore di questo, è invece uno sforzo da parte degli autori nel ricercare una nuova visione e un approccio totalmente differente.

Quando si muore, si muore per Megan. Questa, però, è solo la fine dell’articolo e non della storia.

 

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