Il caso della bambina sudafricana affetta da Hiv: a 9 anni sta bene

Il caso della bambina sudafricana affetta da Hiv


Il caso della bambina affetta da Hiv al momento della nascita sta facendo il giro delle notizie dell’intero globo. Dopo aver contratto la malattia dalla madre nove anni fa, la piccola risulta oggi perfettamente in salute, senza cure farmacologiche.

Il suo caso è stato portato alla conferenza di Parigi in corso dell’International Aids Society. Dal momento della nascita, a soli 32 giorni di vita, la bambina è stata sottoposta a cure intensive e a terapie antiretrovirale, per un periodo di quaranta giorni.

In seguito alle terapie il virus scomparve dal sangue della bambina, senza richiedere ulteriori somministrazioni di farmaci. Odiernamente, a 9 anni dall’interruzione delle cure non sembrano essere sopraggiunte complicanze.

La piccola gode di ottima salute, con un livello di Hiv al di sotto del tasso di rilevazione per il quale agire. Il protocollo utilizzato per le terapie al momento della sua nascita prevedeva una tipologia medica in fase di sperimentazione.

La terapia si concentra proprio nelle prime fasi di vita del neonato affetto da Hiv per trasmissione ereditaria, protocollo già utilizzato sul caso del “Mississippi baby” e su di una bambina di origini francesi.

La conferma giunta al terzo risultato positivo non lascerebbe dubbi: intervenendo durante le prime settimane di vita il virus dell’Hiv potrebbe retrocedere in via definitiva, mantenendo dei livelli stabili, sotto periodici controlli.



Tale protocollo sperimentale purtroppo riguarda appena tre casi, un numero raro che non può ancora essere preso a modello e sul quale si dovranno ancora effettuare test e ulteriori ricerche approfondite.

Secondo il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases statunitense, Anthoni Fauci, occorrono ancora diversi studi per tentare di elaborare una cura efficace in grado di spingere in remissione il virus dell’Hiv.

Attualmente, al fine di studiare le tre casistiche di apparente successo, si trova ancora in corso un protocollo di test, reso possibile dal 2014, in diversi paesi fra cui America e Africa.

I bambini sottoposti alle terapie sono circa 400, mentre i risultati finali di tale test si attendono entro la fine di questo anno. Secondo il virologo molecolare Giovanni Maga, facente parte del consiglio nazionale delle ricerche, la terapia preventiva potrebbe aver reso possibile due varianti.

La prima consisterebbe in una sorta di finestra temporale in cui il virus non si mostra misurabile all’interno del sangue, mentre la seconda riguarda l’intervento precoce e aggressivo di riduzione, in grado di diminuire le capacità del virus di creare serbatoi latenti.

Il caso della bambina sudafricana lascia comunque sperare in qualcosa di buono.