Gabriele Gatti, Intervista all’ex concorrente di MasterChef 6

Lo staff di Esauriente ha raggiunto Gabriele Gatti, l’ex concorrente del cooking show MasterChef 6, il quale ci ha rilasciato una piacevolissima intervista.

Nato a Mondovi, in provincia di Cuneo ma residente a Torino, Gabriele Gatti, 49 anni, ha sempre coltivato una grande passione per la cucina, nonostante la professione da architetto presso lo STUDIO999.

L’abilità di Gabriele esplode durante la frequentazione dell’Ecole Superieure d’Architecture a Marsiglia all’interno della quale, ‘per sopravvivenza’, inizia a rapportarsi con le varie preparazioni culinarie.

Sposato con Erica, padre di due figli di 14 e 16 anni, decide di iscriversi al cooking show di Sky conquistando giudici e pubblico. Al termine della sua partecipazione a MasterChef 6 la passione per la cucina di Gabriele è proseguita come lui stesso ci ha raccontato.

Il pubblico telespettatore ha imparato a conoscerti in seguito alla tua partecipazione a MasterChef 6 in veste di architetto con la passione per la cucina. Che cosa ti ha spinto a partecipare al programma e come sono cambiate le cose successivamente?

La partecipazione al programma è stata casuale, era da due anni che alcuni amici mi “minacciavano” di volermi iscrivere loro, una sera vedendo sui titoli di coda che erano aperte le iscrizioni ho deciso di candidarmi senza dare alcun peso ed aspettativa alla domanda inviata, al punto che quando mi chiamarono telefonicamente rimasi sorpreso perché me ne ero addirittura scordato!

Indipendentemente dal risultato ottenuto, partecipare al programma mi ha restituito la presa di coscienza di quelle che sono le mie capacità e le priorità nella vita e mi ha permesso di ampliare gli ambiti su cui concentrare il mio impegno quotidiano, sfruttando la visibilità e i nuovi stimoli per fare cose che mi piacciono.

Il “Pop Up Restaurant” nasce dall’idea di cucinare senza un vero e proprio ristorante, un progetto che ti vede coinvolto insieme al vincitore della sesta edizione di Masterchef Valerio Braschi, Michele Pirozzo e Marco Vandoni. Come nasce questa unione?

L’idea di fare questi Pop Up Restaurant è venuta per darci la possibilità di fare la nostra cucina senza avere un ristorante nostro. 

 Il processo creativo del menù, dopo la scelta del tema, avviene in maniera condivisa tra tutti e quattro come la suddivisione dei compiti in cucina sia per la fase di preparazione che durante il servizio. Ovviamente le inclinazioni personali hanno il loro peso per la suddivisione dei ruoli e normalmente durante il servizio io e Valerio siamo gli addetti alle cotture, mentre Michele e Gaia (l’inseparabile fidanzata di Valerio, divenuta oramai elemento indispensabile della brigata) si dedicano all’impiattamento, poi rifinito da tutti e quattro, mentre Marco funge da collegamento tra la cucina e la sala.

Anche se il format sembra basarsi sulla competizione e la rivalità, durante la realizzazione del programma e le prove esterne sono nati forti legami d’amicizia, che la cucina ha consolidato.

Questa capacità di creare team tramite il lavoro in cucina, oltre che essere alla base degli eventi “Pop up”, mi ha fatto venire in mente la possibilità di mettere a sistema questa esperienza e di poterla riproporre sotto forma di impresa e costruire un Team Building per aziende, gruppi sportivi ecc. sotto forma di Masterclass.

Il prossimo evento ti ha visto impegnato nella città di Milano, in data 21 ottobre, insieme agli ex compagni di MasterChef Valerio Baschi, Michele Pirozzi e Marco Vandoni. Parte dei ricavati sarà devoluto in beneficenza. In quali piatti ti sei cimentato?

Il processo creativo del menù, dopo la scelta del tema, è avvenuta in maniera condivisa tra tutti e quattro come la suddivisione dei compiti in cucina sia per la fase di preparazione che durante il servizio.

Al di fuori delle vesti da chef hai mantenuto la tua professione da architetto, come riesci a conciliare le due cose?

Mi piace definirmi Archichef, continuo a lavorare nel mio studio di architettura a Torino, “STUDIO999”, e grazie ad una pianificazione meticolosa ma anche a una certa capacità di adattamento, riesco a passare da un progetto di un edificio a quello di un piatto.


Ho scoperto che i miei due lavori hanno molti più punti in comune di quanto si possa credere, per esempio la sensazione di creare qualcosa che mi piace, condividendolo con chi ne fruisce, che lo abiterà o lo gusterà. Ciò che cambia in maniera impressionante sono i tempi di ritorno dello sforzo dedicato; in architettura si parla di mesi o anni, in cucina di giorni o ore.

Questa enorme soddisfazione restituita a fine servizio dai commensali, immediata, senza filtri, letteralmente “di pancia”, è la carica ed il carburante che mi spinge a continuare ed a rinnovare il mio impegno nonostante la fatica anche fisica sopportata. L’Ordine degli Architetti di Torino mi ha dedicato una serata dove ho potuto spiegare la mia avventura televisiva ai colleghi e come questa mi abbia permesso di lavorare a cavallo delle due discipline.


Chi è Gabriele Gatti nella vita privata?

Un sognatore, un padre, un marito. In tutti questi ruoli la passione per la cucina contribuisce a definire il mio modo di essere.

Quale piatto culinario rappresenta maggiormente la tua personalità?

Potrà sembrare strano, ma se penso ad un singolo piatto che possa rappresentare maggiormente la mia personalità non lo trovo, individuo, però, lavorazioni, azzardi, ricerca degli ingredienti, consapevolezza nelle assonanze dei gusti, cura e rispetto per la materia prima. L’insieme di questi elementi è il mio piatto preferito… 

In seguito alle sfide attraversate durante il corso del cooking show MasterChef hai acquisito maggiore sicurezza in cucina? E se si, quale conseguenza ha avuto sullo stile estetico ma anche di preparazione dei tuoi piatti?

Certamente, la partecipazione al programma, che è un talent ed è riservata a cuochi non professionisti (persone che non abbiano mai percepito un reddito dalla cucina) mi ha fatto scoprire ciò che da dilettante ignoravo completamente, la tecnica.

Ho studiato, provato a replicare e capito che oltre alle capacità senza tecnica non si arriva a nulla. Esiste inoltre una comunicazione espressa tramite l’impiattamento che ignoravo completamente, ero solo concentrato sul gusto, e che sto imparando, studiando e prendendo stimoli da chi ha più esperienza di me.

Con quali ingredienti ti trovi in maggiore difficoltà in cucina?

Non vorrei sembrare presuntuoso, ma in realtà nessun ingrediente mi genera ansia e mi mette in difficoltà. Tutto ciò che non conosco semmai mi incuriosisce e vi posso assicurare che di ingredienti che non conosco c’è ne sono tantissimi.

Cucina innovativa o cucina tradizionale? Per quale delle due opteresti?

La cucina tradizionale è alla base di qualsiasi piatto si crei, solo che questa può essere strutturata in maniera più contemporanea tramite l’utilizzo di tecniche sperimentali, gusto e immaginazione.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

I miei progetti sono differenti. In ambito architettonico mi piacerebbe poter trovare una ditta interessata a mettere in produzione il progetto della mia cucina in cui ho fatto convergere l’esperienza maturata nell’uso delle cucine professionali dei ristoranti e la mia passione per il design.

In ambito food, oltre ai Pop Up Restaurant, i Team Building, le collaborazioni con alcuni ristoranti sulla creazione del menù, sto strutturando la seconda fase del mio progetto di cucina sinestetica “futurista”, ma non è ancora pronto per essere svelato. 

Se dovessi descrivere la tua passione per la cucina quale aggettivo sceglieresti?

Totalitaria.

Al termine di questa chiacchiera con Gabriele Gatti lo staff di Esauriente raccoglie l’occasione per ringraziarlo, invitando i lettori a seguirlo sulla sua Pagina Facebook e sul suo Profilo Instagram.

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